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L’URBANISTICA AQUILANA HA TROPPI STRUMENTI, IN PRATICA NESSUNO


stampa pagina 14 gennaio 2013

Pianta dell'Aquila disegnata dal Fonticulano Pianta dell'Aquila disegnata dal Fonticulano

Nella pianificazione urbanistica dell’Aquila, c’è una tale giungla di proposte, intenti ed idee che diventa impossibile orientarsi.
C’è il Piano di ricostruzione del Comune, comunque andato all’intesa con il commissario Chiodi nonostante le polemiche; c’è il Piano strategico rivisitato e ripensato dopo il sisma, buttato giù fin dal 2009, e c’è poi lo studio Ocse per la ripresa socio economica, che non prescinde da una ripianificazione urbanistica anzi, vede nella riorganizzazione degli spazi urbani e della mobilità, la base da cui ripartire in modo da agevolare la residenza degli studenti, così da evitare di puntare solo a rifare il patrimonio abitativo, ed è quello che facciamo ormai da quasi quattro anni, ristrutturando le case degli aquilani, avendo in più i Moduli provvisori, anche per le scuole e per le sedi ecclesiastiche, e il Progetto Case, per migliaia di appartamenti aggiuntivi, oltre le casette temporanee, per le quali ognuno mira alla sanatoria, che porteranno da qui ad un paio di decenni, ad un’offerta immobiliare per almeno 50mila abitanti in più degli attuali, considerata l’espansione di Comuni limitrofi molto ambiti come Scoppito o Pizzoli.
Nel frattempo, senza lavoro né ripresa, L’Aquila sarà regredita a paesetto montano.
Il Progetto case è nato per lo più su terreni agricoli, c’è stato quindi un pazzesco consumo di territorio, già eroso dalle speculazioni edilizie e alle varianti degli ultimi cinquant’anni, che hanno tolto a questa città, all’antico abitato medievale e agli immediati cerchi periferici, ogni forma urbana accettabile, per un gioiello che vorrebbe ancora credere nelle proprie capacità storiche e turistiche.
Era stato Gaetano Fontana, a sottolineare questo aspetto e gli va riconosciuto. Al di là della figura ancora da inquadrare, e del ruolo spesso straripato oltre le competenze del semplice consulente, alcuni segnali li aveva dati all’amministrazione aquilana, che d’altra parte nei propri piani, cita proprio le linee strategiche della rinascita, tracciate dal super tecnico.
Le cita solo per elencarle, e per non scrivere nulla di concreto che dia nuove regole urbanistiche ad una città antica da ricostruire con norme ferree, cercando di limitare al minimo i danni nelle periferie e non solo, dove le aggressioni urbanistiche hanno avuto e continuano ad avere la strada spianata.
Col sisma del 2009, tutti avevano creduto in nuove regole, in una nuova vita, anche urbanistica e pianificatoria per questa città, invece sembra che vada peggio di prima.
Strumenti come il Piano di ricostruzione e quello strategico, al capitolo Piano regolatore non fanno altro che dire che lo strumento è del ’75, senza aggiungere proposte operative sul come andrà modificato. Sappiamo che per le aree a vincolo decaduto continua a ritmo serrato la nomina di commissari che trasformano aree destinate 40 anni fa a verde, in edificabili, dando indici spesso alti, perdendo così di vista la cosa pubblica, gestita con le varianti nella più ampia discrezionalità degli amministratori.
Cioé con logiche politiche e di favore, che dopo un terremoto non ci si dovrebbe più permettere, ma a sentire le dichiarazioni di chi ci amministra siamo dentro una nebulosa entro la quale, è più facile muoversi indisturbati.
Con i lavori nel centro storico, qualche nodo verrà al pettine perché il vigente Piano regolatore, non consente stravolgimenti, al massimo restauri o ripristini integrali, senza poter toccare volte e solai, scale o spessori di muri.
L’amministrazione comunale cercò di arginare la rigidità di queste regole con una circolare dirigenziale, che esattamente un anno fa interpretava più morbidamente tali principi. Non è stato sufficiente, sappiamo che oggi il settore ripianificazione sta lavorando ad alcuni criteri interpretativi che dovranno poi passare al vaglio del Consiglio comunale, e poi in Provincia e Regione.
Ci vorrà almeno un anno, prima di venirne a capo, mentre si continua a teorizzare un’agenda della pianificazione, che sembra invece non convenga proprio fare.



Alessandra Cococcetta


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