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Braccio di ferro Curia Arcivescovile Stato….

SAN MASSIMO, SANTA MARIA PAGANICA E SAN MARCO “SCOPERCHIATE” DAL 2009


stampa pagina 3 dicembre 2013

L’interno della cattedrale di San Massimo

Molti cittadini, non immaginano nemmeno che la cattedrale di San Massimo, in piazza Duomo, è sventrata dal 6 aprile del 2009, scoperchiata e sottoposta alle intemperie e al cattivo di tempo di cinque anni ormai: la Curia, non ha consentito alcun intervento. Che ne è, di quella chiesa oggi?
E che resta della chiesa di San Marco, all’ex Prefettura, abbandonata allo stesso destino e di quella di Santa Maria Paganica, con una copertura costata un milione e mezzo di euro, ma già spaccata praticamente da subito, progettata con materiali “all’avanguardia” che dovranno peraltro essere tolti e smaltiti come rifiuti speciali.
Ma torniamo alla Cattedrale di San Massimo, ad un passo dalla Curia arcivescovile, che sta facendo un vero e proprio braccio di ferro con lo Stato, perché vuole in mano i soldi, vogliono essere considerati come tutti gli altri privati, chiamare le loro ditte, i loro progettisti e fare i lavori su chiese, proprietà e canoniche con tecnici di fiducia, se non otterranno questo, lo Stato resterà fuori la porta. E le chiese potranno pure marcire sotto neve, afa e umidità.
Ed è proprio questo che sta accadendo dentro la cattedrale, a San Marco e a Santa Maria Paganica: o entrano i “loro” o niente da fare. D’altra parte la Curia si sta preparando alla gestione in proprio fin dal 2009, quando con uno straordinario balzo in avanti, presentò ad un convegno all’Ance la nuova pianta dell’Aquila, con cambiamenti di destinazione d’uso di luoghi e strutture, che tuttavia l’amministrazione comunale non si sentì di fare propri, non essendoci stato neanche un confronto con cui condividere le scelte sul centro storico. “Quasi tutto il patrimonio artistico è nostro” dichiarò monsignor D’Ercole ad Antonello Caporale di Repubblica, anche per questo, toccherebbe a loro ogni gestione. Sarebbe già pronto un Ufficio ricostruzione per i beni ecclesiastici, al cui vertice dovrebbe sedere Luciano Marchetti, l’ex vice commissario alla ricostruzione dei beni culturali che sovrintenderebbe ogni lavoro.
La Curia non vuole gare e non vuole appalti pubblici, ma lo Stato sì, se non si piegherà continuerà il braccio di ferro e le chiese resteranno abbandonate, ma è giusto informarne, visto che se ne parla solo nei corridoi, la cittadinanza tutta.
Addirittura per la cattedrale di San Massimo, le buste delle imprese che hanno risposto all’avviso pubblico per i lavori, restano sigillate, perché la Curia non cede. Vorrebbe un modello stile Umbra Marche, ma dimentica che comunque lì c’era un comitato paritetico, Stato-Chiesa, che decideva delle risorse, mentre i destinatari erano i parroci, cioè i diretti interessati e in qualche modo padroni delle rispettive chiese assegnate. All’Aquila neanche questo, tutto accentrato nelle mani dei vescovi e del loro strettissimo entourage tecnico, sarà difficile che lo Stato, e per esso la Direzione regionale ceda, in ambienti romani, anche vicini alla Chiesa, hanno capito che la ricostruzione pubblica sta costando meno, considerati i ribassi, di quella privata, per la quale si è molto combattuto per veder riconosciuto l’indennizzo al proprietario, cioè un vero e proprio conto da pagare, più che il contributo, e che oggi la stessa curia aquilana rivendica.
Ci avevano già provato nel 2010 quando chiesero in una nota, inviata a Roma un’espressa deroga al Codice degli Appalti, e siccome non l’hanno spuntata, di rimando, hanno abbandonato chiese e patrimonio. Già dal 2010, cercavamo di sensibilizzare i vertici ecclesiastici di farci girare un po’ di otto per mille, visto che incassano miliardi di euro l’anno, proprio per riparare le tante chiese distrutte, niente di tutto ciò è accaduto, ora, per i loro interessi, anche il cinismo di farle deperire.


Alessandra Cococcetta




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