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GLI ORAFI MARI E CALIENDO ASSOLTI
stampa pagina 17 aprile 2014
Lo ha stabilito il Tribunale dell’Aquila: “il rosone di Collemaggio non è brevettabile e può essere riprodotto da tutti”. La storia dei “rosoni di oreficeria”, esclusivi ed originali, è stata una invenzione di un orafo aquilano che si era autoincoronato “re del rosone”, denunciando all’autorità giudiziaria tutti coloro che osavano riprodurre l’originale che fa bella mostra di sé sulla splendida facciata, a coronamento orizzontale della Basilica di Collemaggio, anche se “rivisitato” o modificato.
La diatriba è durata ben quattro anni, nei quali l’orafo aquilano Roberto Mari (la cui famiglia opera in tale campo da quattro generazioni) e l’artista Laura Caliendo, hanno dovuto subire “l’accusa di plagio”, sostenuta dal querelante. Perizie e controperizie, esperti d’ufficio e di parte si sono susseguiti nelle loro testimonianze, coordinate con pazienza e competenza dal difensore, avvocato Claudio Cagnoli, hanno evidentemente convinto il giudice Giuseppe Nicola Grieco a formulare la determinazione dell’assoluzione con formula piena “perché il fatto non sussiste”.
Tutto è bene quel che finisce bene? Senz’altro. Ma l’umiliazione e la diffamazione professionale alla quale sono stati sottoposti Roberto Mari e Laura Caliendo, vanno risarciti, non solo economicamente ma soprattutto sotto il profilo artistico-professionale.
Praticamente la riproduzione artistica di una grande opera del passato, seppur fatta con grande perizia tecnica, è pur sempre “una riproduzione” che, in quanto tale, non può essere esclusiva. Anche perché, nell’era tecnologica in cui ci troviamo esistono apparecchiature capaci di riprodurre (anche ingrandendo o riducendo) l’oggetto scultoreo (a tutto tondo o in bassorilievo) con precisione infinitesimale.
Peraltro, moltissimi artisti ed artigiani avevano già riprodotto, nel tempo, il rosone di Collemaggio, in epoca antecedente al “brevetto depositato” da Cavallo. L’orafo Giusti, ad esempio aveva già esposto nel 2000 in Francia alcune opere di oreficeria aquilana, tra cui il famoso rosone. Nel 2002, l’Ente Fiera di Guardiagrele, bandì un concorso dal tema “Rosoni e luci in Abruzzo”, vinto dall’orafo Gentile di Sulmona, seguito dall’orafo Montaldi di Avezzano. Ma già in tempi più remoti, l’artista orafo aquilano, Giuseppe Cardilli, riprodusse il rosone, anche se l’opera più importante fu la teca nella quale sono riposte le spoglie di Celestino V. Ed è appena il caso di ricordare che lo stesso Roberto Mari, già dal 2000 “faceva” i suoi rosoni nel suo laboratorio; oltre a realizzare una pregevole “presentosa” abruzzese, per farne omaggio alla consorte dell’allora Presidente del Consiglio Monti, in occasione della sua visita all’Aquila. E non finisce qui. Altri numerosissimi maestri orafi si sono cimentati nella riproduzione del famoso rosone della Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Sarebbe troppo lungo elencarli tutti. Tutti decorosi ma alcuni hanno prevalso per la loro bravura tecnica, la raffinatezza di lavorazione, il gusto dei materiali usati ed il risultato estetico degli stessi. Sicuramente, fra questi, Roberto Mari e Laura Caliendo, hanno un posto di rilievo. La sentenza di assoluzione…lo conferma.
Peppe Vespa
Il pungiglione
Taccuino
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