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QUARTIERE FONTESECCO, SESSANTA NUCLEI CHIEDONO SOLO DIGNITA’ E VITA
stampa pagina 7 maggio 2018
Raccontiamo della ricostruzione privata, a buon punto con le case, del quartiere Fontesecco, ad oggi il più popoloso, per capire meglio cosa significhi riabitare lì, cosa manca, cosa vorrebbero i residenti e cosa potrebbe fare l’amministrazione. Una volta uscita dalla palude in cui annaspa.
Una sessantina di nuclei rientrati, tanti giovani, anche nuovi al quartiere, oltre le famiglie sotto il ponte Belvedere che sono lì già da anni.
Piazza Angioina, l’unica piazzetta finita in città, che tuttavia non vive, due ristoranti, due liquorerie ed un bar, una residenza per anziani, alcuni uffici, uno spazio teatrale, due b&b, la locanda Lincosta con qualche camera ed un piccolo orto visitabile all’interno, il chiostro del convento di San Domenico, oggi sede della Corte dei conti e a fianco un piccolo museo delle ceramiche, rinvenute nel corso dei lavori, con una piccola comunità che torna a riabitare a fatica quelle case perché la zona sembra un’area di risulta e terra di nessuno.
Macchine che sfrecciano a tremila, multe quotidiane, non c’è pulizia delle strade, anche se riconoscono un certo impegno da parte dell’assessore Imprudente a fare il possibile, “decine di turisti verso le 99 Cannelle” ci racconta un residente “ma non c’è un’indicazione utile” non vuole fare polemica, solo per dire che gli piacerebbe che il turista vedesse una comunità che torna a vivere, piuttosto che pochi residenti a sopravvivere. Perché di questo si tratta.
Tra gli aggregati finiti spuntano vere e proprie discariche, l’illuminazione pubblica è affidata ad un cavo volante e non è garantita sempre, nella città smart i telefoni non prendono se non in pochissimi punti delle stanze e pare sia un disagio diffuso nel resto del centro. Cosa chiedono queste persone? Normalità e vivibilità, non si lamentano dei cantieri.
“Vorremmo sapere se ci tornerà una scuola” riferendosi a quelle su viale Duca degli Abruzzi, “vorremmo negozi di vicinato”, per i quali andrebbero dati degli incentivi seri perché si riapra anche in questi quartieri del centro e non solo lungo il Corso principale, e non solo loro lamentano le decine di eventi poco significativi per la nostra identità, tutti concentrati sull’asse centrale. Rivendicano “un’identità artigiana, potrebbero essere incentivate botteghe o librerie” insomma qualcosa di più che non sia abbandono e precarietà.
Più giù sotto il ponte Belvedere “perché non riapre al transito?” ci chiedono, c’è il benzinaio abbandonato e non si sa che fine farà ma bisognerebbe decidere visto che lì non potrà tornare e c’è ancora un chiosco di piante e fiori stazzato da un decennio a togliere, nelle piccole attività vicine, quella voglia di normalità e di attrattiva perché di lì passano turisti “sarà difficile che torneranno senza la città delle piccole attività e dei quartieri pulsanti di quotidiano” questa era L’Aquila ed era quello che più amavano i giovani universitari.
Probabilmente al chiostro di San Domenico non si faranno neanche più concerti o jazz, per questioni legate alla sicurezza dei giudici, il palazzo è chiuso “potrebbero organizzare delle viste guidate e far rivivere il quartiere oppure far vivere il piccolo museo delle ceramiche” aperto dal Fai, ma oggi chiuso e probabilmente la gran parte della città ne ignora perfino l’esistenza.
Giriamo per il quartiere dietro San Biagio ancora puntellata, molte case rivivono tra rifiuti e monnezza “perché non rifare subito la chiesa visto che il quartiere è vivo?” dietro le proprietà delle monache, tra edifici che purtroppo risorgono incongrui e le tante case praticamente finite.
Dall’altro lato piazza San Domenico, da salvaguardare per la pianta medievale, ed ancora giù, dopo piazza Fontesecco “la cui fontana cinquecentesca l’abbiamo ripulita con Jemo ‘nnanzi” a risalire dalla parte opposta tra abbandoni per i contenziosi, proprietà pubbliche spettrali nonostante i fondi come la Beata Antonia, e la solitudine di via Sallustio “sui cui palazzi potrebbero mettere i tendoni de L’Aquila Rinasce”.
Un quartiere che cerca solo dignità e vivibilità, ci torneremo, chiedono che l’amministrazione vada sul posto a rendersi conto, ci torneremo come pure in altri pezzi di città riabitati per capire cosa serve per tornare a vivere, oltre l’asse centrale.
Alessandra Cococcetta
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