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L’AQUILA DOVREBBE TORNARE A PARLARE DI GRANDI TEMI
stampa pagina 1 marzo 2018
Non è questione di campagna elettorale, la ricostruzione è stata peraltro del tutto assente dai dibattiti, dei disagi del maltempo o del livello mediocre della nuova assise civica che si accontenta di poco. Non studia non s’interessa non interviene. E’ molto di più.
Possiamo permetterci cinque anni, anzi praticamente quattro così mollemente? Con quei pochi che tentano di alzare l’asticella, contro i molti che li riportano per le caviglie alla vischiosità di una provincia che ormai si accontenta di una rotonda in periferia.
Continuiamo a fare le case perché bisogna fare in fretta. In fretta si mosse l’ex assessore Di Stefano, aveva “perso tempo” con il Piano di ricostruzione invece di lanciarsi subito con il com’era e dov’era in centro storico, non volle “prendere altro tempo” per tentare di ripensare le periferie o di migliorare urbanisticamente il centro storico. Oggi, la storia si ripete.
Sulle frazioni non c’è tempo da perdere con altre regole, piano del colore o Piano regolatore, dopo nove anni la gente rivuole la casa e la casa gliela dovranno restituire in fretta.
Avremo frazioni neanche dormitorio come i Progetti case, avremo frazioni fantasma, con colate di cemento e senz’anima come non l’hanno mai avuta, d’altra parte, fin da come le aveva pensate il Piano regolatore del 1975. Senza centro storico che non avranno nemmeno con una ricostruzione post sisma.
L’alluminio al posto del legno, niente spifferi, cemento ampio, finestre grandi e poi colori allegri che non avranno nulla a che vedere con la nostra storia, perché i nostri colori sono quelli della montagna. Meglio sbizzarrirsi con allegria nei celestini, verdini e anche con i rosa più vari: perché no? Questo sarà il futuro edilizio privato, ottenuto il quale per parecchi consiglieri frazionisti sarà il top.
Quello pubblico non lo conosciamo. Di pianificazione, recupero, storia, riqualificazione e urbanismi si è persa ogni traccia nel dibattito pubblico, anche le Sovrintendenze devono correre, se non altro con Cialente avevamo di che incarognirci, oggi neanche quello e il tiro resta raso terra.
Ed è ora di riprovarci, almeno per quei pochi che s’intristiscono nel vedere quell’ottimismo pompato che gioisce solo se riapre un solo negozio in centro, che per la verità a quasi un decennio dal sisma, non è proprio un buon segno di ripresa. La città non vola alto ed è questo un gap culturale da cominciare a guardare seriamente in faccia.
Alessandra Cococcetta
Il pungiglione
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