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A CHI FA COMODO IL SISTEMA L’AQUILA E PERCHE’ NON CAMBIERA’
stampa pagina 30 luglio 2015
La Procura distrettuale antimafia, su segnalazione della Cgil, ha condotto con successo l’operazione ‘Social dumping’, scoprendo lo sfruttamento di manodopera portata dall’est nei cantieri della ricostruzione. Sarebbe interessante capire quante segnalazioni la Procura abbia avuto in questi anni, e quanti controlli vengono effettuati anche senza segnalazione. Non ho capito quanto la città sia indignata per questi accadimenti giudiziari o quanto sia piuttosto affaccendata nelle proprie cose per preoccuparsene, qualche giorno fa un proprietario che ha ceduto la propria abitazione al Comune, comprandone un’altra fuori L’Aquila, ha detto che vorrebbe “ricomprare” la vecchia casa, che addirittura una trentina di proprietari sono pronti a farlo e che anzi avrebbe anche il diritto di prelazione. Accade di tutto, potrebbe accadere anche questo. Il sistema L’Aquila è quello degli affari soprattutto tra privati, aziende, proprietari, amministratori, imprenditori, procacciatori di business, nel pubblico bene o male c’è la gara, il ribasso, una facciata di risparmio e di controllo da parte dello Stato: nel settore privato è tutto permesso. E questo nulla nebuloso, continua ad essere blindato nonostante sei anni di genuino affarismo. Gli ordini professionali, tra architetti, ingegneri e geometri non hanno mai voluto un limite nell’accaparrare progetti, né sanzioni nei loro ritardi cronici, nessuno ha voglia di sapere quanti professionisti nei loro studi siano sfruttati a nero, restando fantasmi, a fronte della mole di progetti accaparrati. Le imprese non hanno voluto la white list obbligatoria, finora è stata facoltativa ed addirittura il Governo Renzi l’ha stralciata in queste settimane dal Decreto enti locali, articolo 11, perché graverebbe sul lavoro delle Prefetture, mentre la nuova norma che dovrebbe portare trasparenza e paletti nel delicato processo, l’hanno scritta in pochi, sempre gli stessi: imprese, ordini, sindacati e la politica che conta. Addirittura il disegno di legge depositato in Senato, all’articolo 17, assicura agli imprenditori che avevano in costruzione al 6 aprile case da finire danneggiate, 80mila euro al massimo per ogni unità immobiliare. Un sistema che farà comodo a chi non ha “risolto” con quei “primi” 30mila euro che pure un’ordinanza intorno al 2009 già assicurava alle imprese per liberarsi dell’invenduto. E’ un sistema consolidato che piace alla gran parte dei cittadini, presi a scegliere le mattonelle, spesso e volentieri in causa con la ditta che gli ha ridato una casa nuova di zecca e chi sa mai per quale ragione, ce ne sono anche di bizzarre. Un sistema che si autodetermina liberamente, va benissimo così a tutti, le migliaia di cantieri viaggiano a vele spiegate nel regime privatistico, anche con le maestranze, pagate con soldi pubblici, probabilmente anche a Roma, che osserva una comunità ripiegata sui propri metri quadri, non dispiace, forse perché finché sarà così non alzerà mai la testa per rivendicare il diritto ad una città vera.
Alessandra Cococcetta
Il pungiglione
Taccuino
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