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JAZZ ITALIANO PER L’AQUILA, NELLA CITTA’ SMART TERMINAL DESERTO
stampa pagina 7 settembre 2015
Il jazz italiano per L’Aquila, rischia di diventare davvero quel grande evento capace di scuotere il mondo sulla ricostruzione post sisma del centro storico. La comunità deve però abituarsi alle grandi cose. 60mila persone in giro per la città non possono essere lasciate senza ristoro, senza sapere dove sono e con un megaparcheggio praticamente vuoto, segno che la prova generale perché la città sia pedonalizzata e diventi smart, è fallita. E’ una città che non sa comunicare ed organizzarsi. Bagni chimici giusto a Collemaggio, per il resto tutto molto free. In alcuni punti della città c’erano dei banchi con il lancio di jazz.it, per promuovere abbonamenti, ma anche tour in Piemonte e in particolar modo nella provincia di Novara. Bella cosa, in quel banco alla Fontana Luminosa ho cercato L’Aquila, il Gran Sasso, i prodotti tipici: non c’era nulla. Pochissime pizzerie al taglio aperte e quel paio di bar e pub, ovviamente presi d’assalto. Un banchetto in piazza piccolo, zeppo di pagnotte, salumi e formaggi aveva una fila lunga tanto, ma oltre questo, le pannocchie per il Corso, e qualche pizza fritta attrezzata per l’occasione tra i dolciumi di un ambulante, non c’era di più. Non si potranno azzuffare sulla direzione artistica dell’evento, affidata fortunosamente al trombettista Paolo Fresu, si dovrà mettere mano ad un minimo di servizio di ristoro ed alla promozione della città. Il minimo, per la prossima volta. La Rai ha seguito l’evento ricordando il dato sulla disoccupazione, su una città che muore, sul fatto che gli aquilani lavorano solo in minima parte alla ricostruzione, soprattutto per questo non si può accettare che ieri, in molti hanno scelto di tenere le saracinesche abbassate, per tornare pigramente a piangere oggi sul fatto che non si lavora. Non funziona così. E non possiamo tornare ad avvitarci sulla discussione del Gran Sasso, se poi in queste grandi occasioni non abbiamo nulla da promuovere, da raccontare, da far comprendere sui nostri luoghi, sulla ricostruzione, su ciò che vorremmo si sappia in giro. Come per l’Adunata degli Alpini, decine di migliaia di persone hanno avuto una città a disposizione da penetrare in ogni zona rossa e in ogni angolo da scovare all’avventura, senza regole. Il deserto del megaparcheggio, peraltro, con le navette semivuote che hanno fatto gratuitamente il loro dovere, resterà anche quello nella storia. Il bar, attrezzato e zeppo di panini, piadine e pizze ha venduto praticamente nulla, chiudendo con un vero flop che non si aspettava nessuno, hanno sperato fino alla fine che “qualcuno” gli dirottasse la gente per mettere qualcosa sotto i denti, niente da fare solo un gran vuoto. Non voglio farmi subito il sangue amaro per una giornata che ho particolarmente apprezzato, perché degna d’una città di cultura, ma se non s’avvia una riflessione seria sull’approccio e su un centro lasciato a se stesso, che non comunica con un terminal per parcheggiare obbligatoriamente, non sarà mai un giorno buono per ricominciare.
Alessandra Cococcetta
Il pungiglione
Taccuino
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