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IL SISMA DEL 1703 NON LASCIO’ UNA CITTA’ PIU’ BRUTTA: QUELLO DEL 2009?
stampa pagina 8 febbraio 2016
“La sfida non è la ricostruzione materiale ma la ricostruzione civile”, così Giovanni Cialone, Aurelio Petracca e Gabriele Petrucci del Cnr-Itc al sedicesimo convegno Anidis, come autori dello studio sugli edifici incongrui del centro storico, mai preso in considerazione dall’assessore alla ricostruzione Pietro Di Stefano. “La tragedia dell’Aquila è il culmine di uno sfascio diffuso”, inquadravano così la discussione, attingendo da un’intervista di Tomaso Montanari, per spiegare che “c’è un nesso tra il collasso della vita civile e politica e il collasso del patrimonio artistico. Per secoli, anzi per millenni, la forma dello Stato, la forma dell’etica, la forma della civiltà stessa si è definita e riconosciuta nella forma dei luoghi pubblici”. Si affidano alle parole dello storico dell’arte, per dire che “il vero capolavoro della storia dell’arte italiana non è la singola scultura di Michelangelo o il singolo Caravaggio, ma è ciò che oggi chiamiamo centro storico”, al quale la Carta di Gubbio del 1960, riconosce la qualità di bene culturale. Tornare su tali questioni, tanto sembrano ignorate e dimenticate dall’agenda di chi ci amministra ma anche da chi si oppone all’attuale governo civico, aiuta a capire quant’è tragico il momento che perdiamo, e che avrebbe potuto invece significare una vera riqualificazione. L’Aquila è stata segnata da molti terremoti, quello del 1703 lasciò crolli e danni pesantissimi, nella gran parte delle chiese, recuperate col barocco, eliminato qualche decennio fa, e nei palazzi, la gran parte fu riqualificato con innesti settecenteschi ed ottocenteschi, per cui a leggere i dati degli studiosi Cnr, le tracce precedenti al sisma restarono solo in Palazzo Cappa Camponeschi, Casa Iacopo di Notar Nanni e Palazzo Carli, seguirono gli interventi del ventennio e dell’architettura razionalista, quindi le speculazioni degli anni cinquanta e le palazzine multipiano, definite appunto incongrue, che ricostruiamo esattamente com’erano e dov’erano. La gran parte dei palazzi dell’asse centrale tra il settecento e l’ottocento ha quindi subito profonde modifiche edilizie e vere e proprie ricostruzioni su quanto già esisteva prima del 1703: passeggiando ce ne accorgiamo? A rifletterci, un occhio esperto sicuramente sì, ma non è un paesaggio urbano brutto. Anzi. Si è chiesto qualcuno, in particolar modo Pietro Di Stefano, come rinascerà L’Aquila dopo il sisma del 2009? E’ sicuro che lascerà la città, armoniosa e con la stessa qualità d’insieme d’innesti, come nei precedenti terremoti? Lo dica, se mai ne avesse la più pallida idea.
Alessandra Cococcetta
Il pungiglione
Taccuino
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