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COLAPIETRA E LA RINASCITA: “L’AQUILA NON ERA PIU’ UNA CITTA’”
stampa pagina 7 marzo 2016
Professor Colapietra, come vede la ricostruzione del centro storico?
Ci sono tanti interessi. In una trasmissione di una tv locale dicevano che L’Aquila è il quinto centro storico vincolato, non dicevano di pregio, ma vincolato. L’essere vincolato è tutt’altro che pregio è convenienza dei proprietari con la complicità della Sovrintendenza.
Sono stati vincolate delle strutture anche dopo il terremoto.
Non lo sapevo, ma il vincolo è una complicità.
Sono stati recuperati palazzi fatiscenti, abbiamo regalato rendite senza imporre fitti calmierati.
Mi fanno piacere questi riferimenti socialisti, ma questo è comunismo, un’utopia.
Come tornerà a vivere il centro storico?
Con le persone e con i negozi, senza persone e senza negozi non rinasce nulla. Bisognerà poi vedere con quale identità le persone rientreranno e quanta clientela avranno i negozi, ma devi riportare le persone. Cito sempre la storia di un tale che già dal 23 o 24 febbraio del 1703, il terremoto c’era stato il 2, venne da Chieti all’Aquila per riscuotere un grosso credito. Andò dal notaio Capulli che aveva fatto una baracca in piazza e si fece dare il suo credito. Dopo appena venti giorni, riuscì a ritrovare il notaio che si era fatto la sua baracca nella piazza principale, per poi tornare già dal settembre successivo nella sua casa a via Paganica.
Se la cavarono meglio di noi…
Vissero in condizioni di estremo disagio, ma vivevano. Anche nel terremoto del ’15 fecero le baracche, fu una risposta immediata ed un modo di affrontare la tragedia quotidianamente, c’è una bella lettera che descrive come nei giardini nascono tanti bambini e questo avrebbe potuto giovare alla ripresa. Gli aquilani hanno abbandonato L’Aquila e invece dovevano arrangiarsi in baracca, oggi è perfino più facile perché ci sono i camper.
Non c’era più gas ed elettricità…
Bisogna vedere perché tolsero gas, acqua ed elettricità, lo fecero per impedire di restare. Chiedo sempre di fare pubblicamente una lode all’Arpa che in quei giorni funzionò benissimo, rispettando gli orari, non lasciai la città, andavo una volta a settimana a fare la barba ad Avezzano o a Sulmona, tornavo a casa alle 18. Sempre puntuale. Gli aquilani dovevano arrangiarsi.
Come potremmo recuperare una nuova vita?
Occorre un nuovo piano urbanistico. Il centro storico è monumentale puoi trovarci trattorie e negozi, ma serve un centro direzionale per banche, uffici ed istituzioni, come a Bergamo alta in cui trovi delle cose che non trovi giù, nella Bergamo bassa. L’Aquila non era più una città già da prima del terremoto, Pettino è stata alterata in un modo mostruoso, i proprietari hanno guadagnato chilometri di edificabile fino a Cansatessa nonostante ci fosse un Piano regolatore vigente che non credo prescrivesse ciò.
Bisognerebbe crederci…
E’ un mondo di speculazioni e deregulation, è crollato tutto, la Russia ad esempio non è quella di trent’anni fa, Angelo De Meis, un nostro conterraneo, definì il XX secolo come quello del lavoro, perse quelle conquiste è crollato tutto, non c’è più né dignità né civiltà. Dicono che c’è la libertà, la libertà o ce l’hai dentro o non ce l’hai, di recente qualcuno mi ha detto di aver scoperto la libertà, brutto segno, perché o ce l’hai oppure non ce l’hai.
Alessandra Cococcetta
Il pungiglione
Taccuino
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