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AUTOPARCO PERICOLANTE, L’EMERGENZA CRONICA DEL CAPOLUOGO


stampa pagina 31 ottobre 2016

L'enorme pannello di tamponatura crollato L'enorme pannello di tamponatura crollato

La fortissima scossa di terremoto di magnitudo 6.5 di ieri, tra Norcia e Preci, ha confermato l’emergenza strutturale su cui continua ad arrampicarsi L’Aquila. Sopralluoghi, palazzine inagibili crollate, i calcinacci dell’ospedale San Salvatore, per il quale aspettiamo ancora l’assicurazione di 47milioni di euro per i danni del terremoto, ingoiati invece dalla cassa unificata delle tre Asl della provincia, pezzi di cemento che volano da una pessima struttura di fronte al Grande Albergo, su cui a quasi otto anni dal sisma ancora non hanno trovato la quadra per demolire, dimenticando di informare la città sull’Autoparco comunale, dal quale è venuto giù un enorme pannello di tamponatura in cemento, che se non fosse accaduto di domenica, avrebbe di certo ammazzato qualcuno. Perché lì dentro, nonostante la struttura sia stata classificata E nel 2009, continuano a lavorarci tecnici ed impiegati comunali. Chi se la prenderà questa responsabilità? La struttura non è stata evacuata, non è il primo intervento che facciamo sul quel degrado cronico mentre Cialente dorme sonni più che tranquilli dai balconi di Palazzo Fibbioni. Un posto dimenticato da Dio, un sequestro della Forestale di una porzione della struttura, con pc ed abiti dismessi o mai donati in precedenti catastrofi, e ieri il top, il crollo di un pannello gigantesco in cemento, che non spaventa perché ancora una volta gli è andata bene. Una vergogna aquilana ed italiana, avendo Cialente, 35milioni di euro disponibili da quasi cinque anni per una nuova sede unica comunale, voleva farla lì, poi sì, poi no, poi sì, poi no, intanto siamo fermi a otto anni fa. Gli anni passano, quella struttura è pericolosa ma non la abbattono. D’altra parte non sappiamo lo stato dei puntellamenti dei centri storici, garantiti solo fino a qualche anno fa perché pensati non per tenere in piedi una città distrutta tutti questi anni, ma solo per consentire il passaggio a mezzi ed emergenza, contando di cominciare a ricostruire entro un biennio e invece eccoci qui. La zona rossa resta solo un’idea che può cambiare a seconda che la gestisca il Coc, l’amministrazione, oppure i rimpalli dei vari assessorati competenti. Non c’è nulla che in queste ore faccia pensare alla dimensione della rinascita perché non è mai stata impostata. Forse la zona rossa avrebbe dovuto essere eliminata procedendo per aree e non per lavori di privati di serie A o serie Z, producendo solo una macchia di leopardo difficile da monitorare, mentre bisognerebbe mettersi nei panni di chi lì è tornato a vivere o a lavorare, senza una sola certezza d’incolumità. Non abbiamo un solo esempio da mostrare, di ricostruzione con adeguamento sismico anziché miglioramento, ciò che stiamo facendo si testerà solo nei prossimi terremoti, d’altra parte ciò che sta accadendo sui beni culturali, dovrebbe aprire un ampio dibattito col Mibact, per vedere se si ci sta muovendo bene, non è possibile pensare che la cattedrale di San Benedetto a Norcia, sia definitivamente venuta giù ieri dopo i lavori del post sisma del 1997 e di certo non saranno i frati a pregare in piazza, a cambiare il corso delle cose. D’altro canto se finisse l’emergenza, in Italia finirebbero anche i grandi affari.


Alessandra Cococcetta 

 

 




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