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DI STEFANO, IL DRAMMA DI CREDERSI QUALCUNO QUANDO NON È Nessuno
stampa pagina 6 febbraio 2017
L’assessore Pietro Di Stefano, da Cagnano, non vuole proprio sentire ragioni, ha detto che la nuova sede unica comunale si farà all’ex Autoparco e lì si farà. Non ha importanza che i commercianti aquilani siano contrari, se ne frega del parere dei costruttori che pure, non la vogliono nell’acquitrino, nulla gli importa se il suo (compagno?) di partito, consigliere regionale Pierpaolo Pietrucci è contrario, perché vorrebbe che gli uffici tornassero in centro storico. “L’uomo di Cagnano ha detto sì” all’Autoparco, e lì si farà. Non importa se l’Autoparco si trova in una zona acquitrinosa e dove scaricherebbe eventualmente il fosso di San Giuliano, non importa se la spesa sarebbe raddoppiata poiché si dovrà costruire su palafitte molto profonde; a lui interessa spendere sino all’ultimo cent dei 35milioni di euro di finanziamento che lo Stato ha garantito. Con la santa benedizione dei costruttori, che si aggiudicheranno la commessa.
Lui, ormai, Di Stefano, crede di essere onnipotente, crede di essere un grande urbanista (pur essendo un semplice perito agrario) che può prendere, da solo, decisioni così compromettenti per la città ed i suoi abitanti. Sa benissimo, Di Stefano, che così facendo sta firmando la sua condanna a morte da politico. Quanto alle esequie, si svolgeranno appena dopo le elezioni, con la benedizione di gran parte dei cittadini aquilani. Non essendo nessuno, ma credendosi ancora qualcuno, il cocciuto uomo di Cagnano, ha fatto lo sgambetto anche agli uomini della sua coalizione. Cosa sarà della città dopo il passaggio di questa ciurma capitanata da Cialente&Di Stefano, non sappiamo. Ma sappiamo quel che sarà di questo povero perito agrario che sarà costretto a tornare nella sua Cagnano, senza potere e senza più seguaci.
Di Stefano non si illuda, morto come politico dovrà sbarcare il lunario, per tornare sbeffeggiato in paese. Zainetto in spalla, fazzoletto quadrettato al collo, scarponi chiodati ai piedi, fiasco in una mano, bastone nell’altra.
Il suo posto sarà nei pascoli della sua vallata, ad occuparsi di agricoltura, fra mucche da latte, tori da monta e cani da pagliaio.
Quel che doveva fare l’ha fatto in modo pessimo, quel che aveva da dire l’ha detto, spesso a sproposito e senza raziocinio, gli errori che doveva fare li ha fatti, i guasti che doveva procurare li ha provocati.
Di lui nessuno avrà bisogno, nessuno sentirà la mancanza. Comunque gli vadano le cose, che peggio non gli potranno andare un piatto di trippa, o di pasta e fagioli, o di zampitti o di paliata alla cagnanese, in qualche desco li troverà sempre. Una sola preghiera: dopo l’ultimo bicchiere di vino, niente rottino. Un semplice gorgoglio dell’intestino basterà.
Peppe Vespa
Il pungiglione
Taccuino
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